L’apprendimento

La tecnica è l’esperienza di tante generazioni che viene condensata in un solo risultato. Per superare la condizione individuale l’uomo ha pensato di unire le esperienze di molti: nell’antichità questo è riuscito secondo uno schema « verticale », cioè un uomo raggiungeva un certo risultato nel corso della propria vita e lo trasmetteva a uno più giovane, che a sua volta lo perfezionava e lo ritrasmetteva, arrivando così, dopo secoli, a un grado di perfezione superindividuale. Questa è la tecnica, in Judo.      foto barioli vismara
(Un’altra maniera di ottenere un risultato superindividuale consiste nel mettere insieme nel tempo presente più individui: è il problema della democrazia che, affrontato con impegno in tempi moderni, ha trovato una certa efficacia in alcuni campi dell’attività umana.)
Quando si pratica il Judo con l’intenzione di sgombrare la mente degli allievi da precedenti concezioni (rialzandone il morale e allargandone la visione) si parla di animazione. Quando si affronta il problema della tecnica, si parla di insegnamento. Quando il Judo viene considerato nel suo complesso (secondo la coscienza dell’insegnante), si parla di trasmissione.

Quest’ultima avviene grazie a un particolare sentimento che si instaura tra maestro e allievo, che non è definibile semplicemente né come amore né come amicizia, e che gli orientali chiamano Kimochi. Non ci addentriamo nell’analisi di questo sentimento, perché mancano i termini per poterlo fare facilmente, ma lo segnaliamo perché sia più facile ricercare gli stati della trasmissione.
Molti hanno avvertito o vissuto l’avvenimento fantastico e usualmente definito « casuale » della trasmissione,
ma rare volte hanno cercato di analizzarne la natura, pensando a cosa avveniva nell’allievo in quei particolari momenti. Quelli che l’hanno tentato hanno urtato contro la barriera della propria ignoranza psicologica e contro la mancanza di una vera e propria scienza dell’argomento. Momento fantastico, piccolo Satori, piccola illuminazione o meglio « scintilla » misteriosa che scoppia nella parte più profonda e incontrollata dell’essere dell’allievo, portandolo, a piccoli balzi, a uno stato di conoscenza superiore.
In realtà molti maestri, più o meno bravi, hanno tentato con parole e azioni di insegnare la loro tecnica agli allievi
che avevano a disposizione. Sforzi inutili, in quanto nessuno degli allievi era pronto: infatti la condizione principale per poter insegnare qualche cosa è l’avere qualcuno che voglia apprenderla.
Per la trasmissione, le circostanze ideali si verificano di rado e solo raramente certi maestri possono forse provocarle.
Poi tutto dipende dall’allievo, come si presenta preparato a partecipare all’avvenimento.
L’atteggiamento mentale ideale è il frutto di tre condizioni nell’allievo, che lo portano alla massima disponibilità psicofisica; esse sono: l’educazione, l’amore per l’arte e la fiducia nel maestro. Queste tre qualità, a seconda del loro sviluppo o meno omogeneo, determinano il grado di apprendimento. Esse, fuse tra loro, vengono a creare la quarta condizione di carattere decisamente diverso. Abbiamo cosi un atteggiamento mentale che è la fusione di tre qualità dirette all’esterno (educazione, amore per l’arte, fiducia nel maestro), totalmente diverse tra loro
e dal risultato che producono.
Risultato particolare, che si ottiene « non pensando » e che trascende l’ego individuale portando « tutto » l’allievo a uno stato mentale superiore, in grado di assimilare l’essenza di quello che gli viene mostrato.

IL MANIFESTARSI DELLA TECNICA APPRESA NELL’AZIONE
Così l’allievo, attraverso le tre condizioni necessarie e la pratica, è arrivato a percepire qualcosa di diverso, di cui
non riesce a spiegarsi la natura ma che sente dentro di sé come scaturito dal nulla, per niente stabile e soggetto a continui alti e bassi che lo portano a volte a stati di estrema esaltazione; con la certezza di avere chiara nella mente l’essenza di una tecnica, di un esercizio o del giusto atteggiamento mentale nel Randori o nel combattimento, oppure a stati depressivi, di sconforto, dove tutto gli sembra negato e confuso.
Solo la pratica e la fiducia nel maestro lo possono aiutare. Il maestro gli fa superare gli stati di sconforto, la pratica lo fortifica nello spirito e sempre inconsciamente lavora in uno stato profondo del suo inconscio portandolo a percepire il giusto atteggiamento mentale più di frequente e in maniera controllata.
Giusto atteggiamento mentale dunque, per la « trasmissione », perché si verifichi il rapporto maestro-allievo (Kimochi); ma l’essenza di questa o quella tecnica assimilata dall’allievo, quando e in che condizioni si manifesta? L’ideale è che nasca nello stesso modo in cui è stata assimilata o, meglio, deve manifestarsi con un atteggiamento mentale uguale al primo ma frutto di tre condizioni diverse dall’apprendimento, che si verificano solo nel Randori e in Shiai, e che sono: vedere non vedendo, sentire non sentendo e pensare non pensando,
le quali fuse insieme danno vita a uno stato psicofisico uguale all’avvenimento della « trasmissione » per l’allievo ma libero da qualsiasi tensione mentale che impedirebbe il manifestarsi dell’azione e che definiremo « agire non agendo ».   Alfredo garaCosì in Judo si parla di Mu-shin, di « mente vuota », e si dice all’allievo, ad esempio, che la distrazione, la paura di perdere o il desiderio di vincere o qualsiasi pensiero razionale sono da evitare, affinché l’azione nasca spontanea e al momento opportuno.
Quando queste condizioni si verificano, il judoka ottiene « il massimo dell’efficacia » attraverso « il migliore impiego dell’energia », poiché mediante l’azione si è unito a un qualcosa che era dentro di lui, a quelle innumerevoli forze che « non vedendo, non sentendo, non pensando e non agendo » muovono l’universo.

Alfredo Vismara Hanshi – Dai Nippon Butokukai

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