Sotai renshu. Grow in pairs!

ALFREDO[1]Sotai renshu

Grow in pairs!

The SOTAI RENSHU is training in pairs. Most of judo practice is done with a partner who sometimes lies in the role of TORI (one who performs the action) and sometimes in the role of UKE (the one who receives the action).

The Seiryoku Zen’Yo Kokumin Taiiku No Kata consists of two forms of exercise: the TANDOKU Renshu (exercise alone) and the Sotai Renshu.

The Sotai Renshu of the Seiryoku zen’yo kokumin taiiku no kata shows two fundamental elements of judo practice, the JU SHIKI (the compliance) and KIME SHIKI (extreme decision).

Did you know that this kata shows a summary of all the techniques of the Kodokan Judo method: ATEMI WAZA, NAGE WAZA, KATAME WAZA?

But let’s get back to the Sotai renshu, training in pairs.

Apart from randori, where the exercise is actively performed by two judokas, without there being the roles of tori and uke, have you ever noticed that the workout in pairs is rarely really practiced by both players?

If you reflect on the role of Tori and Uke in all other exercises, uchikomi, yakusoku geiko, butsukari, kakari geiko, kata, most of the time there is Tori, taken from what he is feeling, and a companion who acts as a “tool” in pending his turn.

This is not Sotai renshu!

Sotai renshu is run by two people with different roles who continuously help each other to understand and improve what we are studying.

In alternating phases they will help each other, in the role of Uke, in correcting a movement and better understanding a technique performed by Tori if he is more experienced jodoka, and, also, if necessary, to help and cheer up the other when he is exhausted by fatigue.

All exercises performed in pairs must respect this attitude in the relationship between Tori and Uke.

This is Sotai Renshu! Think of the benefits that you can foster in your students if you explain what is the correct mental attitude of the Sotai Renshu:

• In understanding the principles of judo

• In learning your explanations more quickly

• In developing their education with your teaching

• “I and the others, in harmony, to grow and progress together”

Please understand that all this and much more has to first be learned, and then taught.

This is the DIDACTICS OF JUDO, you can study it in my on-line platform: myjudoisyourjudo.com.

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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Storia del Shinken shobu no kata e Kime no kata

ALFREDO[1]

Non molto tempo fa,  feci tradurre da un mio allievo una relazione di Toshiro Daigo sull’origine dell’attuale Kime no kata.

L’importanza del documento consiste nella storia della nascita di questo Kata ma soprattutto dell’importanza che il Maestro Kano dava allo studio dello Shinken shobu waza nel Kodokan Judo.

La pratica di un Judo completo nello studio della tecnica e della sua didattica come insisto da tempo in MY JUDO IS YOUR JUDO è determinante per comprendere il JUDO KODOKAN nella sua completezza.

Nella relazione del Maestro Toshiro Daigo noterete anche la stretta relazione che esisteva fra il Kodokan e il Butokukai e la considerazione che aveva, anche dal punto di vista tecnico, dal fondatore del Judo Kodokan.

( da una relazione di Toshirō Daigo 10° Dan del Kōdōkan

Kata del Kōdōkan  2, “Judo” vol 79 N° 11 novembre 2008)

Alcuni anni dopo la fondazione del Kōdōkan, venne creato lo Shinken shōbu no kata, costituito in una prima stesura da 10 tecniche e in un secondo momento in 13 (nell’anno 20 dell’era Mēji) subito dopo la creazione del Randori no kata.

Nell’anno 39 dell’era Mēji (1906), quando il Dai Nihon Butokukai volle istituire il Shinken shobu no kata, lo Shihan presentò il progetto iniziale costituito da 13 tecniche; ne vennero aggiunte altre 7 volute dal Butokukai, furono discusse ed infine il Kata venne approvato, così nacque il Kime no kata di oggi.

Shinken shōbu no kata

Tutti sanno che l’origine del jūdō è il koryū jūjutsu. L’obiettivo delle scuole di jūjutsu era lo Shinken shōbu waza. Kanō shihan comprese che non era possibile sviluppare la sua idea di randori con molte di quelle tecniche cosi tolse le azioni pericolose, che comunque appartenevano anch’esse al Kōdōkan jūdō, e decise che si doveva imparare le tecniche dello shinken shōbu insieme alle tecniche del randori ma separatamente.

Stabilì quindi lo Shinken shōbu no kata che conteneva principi diversi dal Randori no kata.

Lo stesso Shihan fece notare gli errori che avevano i kata delle varie scuole di jūjutsu e sviluppando il nuovo Shinken shōbu no kata diceva così: “  Il Kime no kata è stato chiamato Shōbu no kata, col significato di Shinken shōbu no kata, ed è l’obiettivo dei kata delle varie scuole di jūjutsu di una volta.

Sicuramente non si può generalizzare ma guardando i kata che venivano fatti allora, pensai che lo spirito sēishi dei primi Maestri che li avevano stabiliti inizialmente, era stato dimenticato.

Guardando i kata delle varie scuole, vidi che comprendevano tante tecniche inefficaci, per chi ha praticato tanto il randori. Penso che non siano stati trasmessi i valori igi dei Maestri che li avevano codificati.

Per questo, guardando i kata di molte scuole non ne ero soddisfatto, così prendendo l’essenza iki dei kata delle varie scuole ed aggiungendo i miei miglioramenti kofū, creai quello che un tempo si chiamava Shōbu no kata ed oggi Kime no kata ” (tratto da “Jūdō Hyakunen” “100 anni di Jūdō “ di Oimatsu Shiinichi).

Lo Shihan a proposito della necessità di imparare il Kime no kata disse inoltre così: “ Tra le tecniche del Kime no kata ve ne sono di inapplicabili nel randori, nello shinken shōbu waza  non vi sono solo le proiezioni nage e i controlli katame, ma anche colpi utsu e spinte tsuku, dare calci keru koto, a volte con armi da taglio kiru o armi da fuoco happō suru.

Nel Kime no kata non si insegnano tutte queste cose: è stato fatto al fine di comprendere l’essenza di tutto ciò che si è imparato e quindi bisogna conoscere anche tale kata per capire la totalità del jūdō Kōdōkan” ( preso da: “Yūkō no katsudō” “forme della decisione”,  novembre Taishō 10, 1921).

Dallo Shinken shōbu no kata al Kime no kata

Nell’anno 20 dell’era Mēji, quando venne istituito questo kata, si  nominava Shinken shōbu no kata o Shōbu no kata o Shōbu hō no kata, poi venne cambiato in Kime no kata; non si sa quando, ma pare che lo Shihan lo decise quando stabilì il kata al Butokukai nell’anno 39 dell’era Mēji (1906), in quella sede propose il nome Kime no kata.

Però, nel “Kēōgijuku jūdōbushi (Storia del gruppo di Jūdō dell’Università Kēōgijuku)” vi è scritto nell’archivio delle riunioni avvenute dall’anno 29 dell’era Mēji (1896), che durante le dimostrazioni il kime no kata, fino all’anno 43 dell’era Mēji (1910), veniva chiamato Shōbu no kata e solo dopo l’anno 44 dell’era Mēji (1911) venne nominato Kime no kata.

Questo proverebbe una congettura diversa dalla mia, ma non si sa se corrisponde al vero.

Dopo le 10 tecniche iniziali venne portato a 13

Lo Shihan disse: “Il Kime no kata di oggi è stato stabilito un po’ dopo rispetto al Nage no kata e al Katame no kata”. Del periodo intercorso tra “le 10 tecniche iniziali” e “ le 13 tecniche” non si conoscono le motivazioni delle proposte per l’aumento del numero delle tecniche.

In Jūdō Nenkan” “Cronologia del Jūdō” è scritto che il Kime no kata è stato codificato nell’anno 20 dell’era Mēji(1887). Il Randori no kata fu creato negli anni 16 e 17 dell’erail Mēji (1884-1885) e quindi  2 o 3 anni prima.

Istituzione del Kime no kata al Dai Nihon Butokukai

Dopo la formalizzazione del Kōdōkan Kime no kata con 13 tecniche, nell’anno 39 dell’era Mēji (1906) il Dai Nihon Butokukai volle istituirlo come fece anni prima con il Nage no kata e il Katame no kata.

Lo Shihan presentò il progetto con le 13 tecniche ma alla fine dopo alcune modifiche e discussioni venne approvato con l’aggiunta di altre 7 tecniche.

Lo Shihan, riguardo tutti i particolari della istituzionalizzazione del Kime no kata al Butokukai disse: (“Jūdōka tōshite no Kanō JigorōKanō Jigorō come Jūdōka”) (dettato da Kanō Shihan e scritto da Ochiai Torahē) avevano intenzione di fare un kata, non a quelle persone esperte che praticavano i kata senza problemi nelle proprie scuole,  ma che andasse bene a tutto il paese e mi chiesero di crearlo.”

Allora vi erano due jūdōka a cui diedi il titolo di hanshi, si chiamavano Totsuka Hidemi (Yōshin ryū) e Hoshino Kumon (Shiten ryū); parlai con loro, li nominai membri del comitato, dicendogli che avrei fatto il progetto iniziale e che poi, basandoci su quello, avremmo fatto una discussione e avremmo deciso come sviluppare un kata che poteva essere eseguito da tutto il paese; loro accettarono.

Così ho fatto il progetto iniziale, ho creato le basi dello Shōbu no kata del Kōdōkan e ho aggiunto in seguito nuovamente qualche tecnica; i membri principali furono Totsuka e Hoshino ed io, insieme ad altri esperti jūdōka di altre varie scuole e completammo Idori con 8 tecniche e Tachiai con 12 come sono oggi.

Dopo varie discussioni quando fui convinto che andava bene; decisi che era il kata per il Butokukai e nello stesso tempo per il Kōdōkan. Queste sono le origini del kime no kata del Kōdōkan.

Traduzione dal giapponese di Noriko Habuki e Matteo Masada

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Tokui waza – A tutti una tecnica, o una tecnica per tutti?

ALFREDO[1]A tutti UNA tecnica, o UNA tecnica per tutti?

Pensi che sia meglio lo stesso TOKUI WAZA da fare a tutti, padroneggiando una tecnica a tal punto da riuscire a proiettare i tuoi Uke su ogni spostamento? O TOKUI WAZA differenti da applicare nelle diverse situazioni che si verificano quando combatti?

Parliamo del Tokui Waza

Il significato del termine giapponese è la tecnica speciale, favorita. La parola “TOKU” sta per “ottenuto, assimilato, interiorizzato” “I” significa “intenzione, determinazione”.

Nel nostro caso, il Judo, diventa la comprensione di un movimento con tutto il nostro essere SHIN GI TAI che può avvenire dopo migliaia di uchikomi, in una frazione di secondo durante un randori o non avvenire mai!

Pensi si possa indurre un allievo a trovare il suo TOKUI WAZA?

O pensi che sia meglio portarlo ad avere una tecnica per ogni situazione inseguendo l’ideale del Judo Kodokan?

Jigoro Kano raramente a parlato di TOKUI WAZA come fine tecnico e filosofico del suo metodo.

Probabilmente l’idea di avere una tecnica da imporre a tutti non era in linea con la sua filosofia di ricercare la soluzione eccellente in ogni situazione del randori o della vita.

Ricordati che il termine JU DO voluto da Kano shihan significa la ricerca di un’edificazione spirituale individuale e sociale attraverso JU NO RI, il principio della cedevolezza o adattabilità.

Ti chiederai sicuramente che cavolo c’entra tutto quello che vedi fare nel judo con il pensiero di Jigoro Kano ma porta pazienza e rifletti…….. questa è un’altra storia!

Se fai attenzione, in fondo, avere una tecnica uguale per tutti o più tecniche per diverse situazioni, non cambia molto dal punto di vista del risultato tecnico.

Cambia molto invece per il principio del judo Kodokan e la ricerca di una crescita spirituale, un’apertura mentale nei confronti di se stessi e della società attraverso la pratica di JU NO RI, l’adattabilità, per cui Jigoro Kano ha consacrato la sua vita.

A un Tokui Waza bisogna comunque arrivarci perché altrimenti diventa difficile concretizzarne altri e qui torniamo all’importanza della didattica e a un metodo completo d’insegnamento del judo.

Hai mai pensato a come si aiuta un allievo nel trovare il suo Tokui waza?

Pensi che basti fargli fare tanto randori e il prima possibile sia sufficiente?

Sei convinto che buttarsi in ginocchio e buttare a terra gli altri in qualche modo sia un Tokui waza?

Si possono utilizzare diversi metodi per aiutare nella ricerca del Tokui waza ma serve un percorso didattico e conoscere un poco delle cose che ti ho raccontato finora.

SERVE conoscere i segreti dell’apprendimento, di come portare un allievo a trovare il suo Tokui waza attraverso molti esercizi o a una sola dimostrazione, non tutti sono uguali.

Trovare il Tokui waza è PERCEPIRE L’ESSENZA di una tecnica E’ una piccola illuminazione!

In my judo is your judo ti mostro molti esercizi per arrivare al TOKUI WAZA e aiutare i tuoi allievi a raggiungere la comprensione dell’ESSENZA della tecnica.

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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Bogyo no waza, Ora ti svelo il segreto di come portare le tue capacità di attacco dal 50 al 100% di possibilità.

ALFREDO[1]Ora ti svelo il segreto di come portare le tue capacità di attacco dal 50 al 100% di possibilità.

Sapevi che il Bogyo no waza non è solo un metodo per studiare le difese nel judo?

Bogyo no waza non è una scorciatoia per difendersi evitando l’ippon o meglio per ostacolare chi vi sta di fronte stando piegati in due e con vari tatticismi e forza della braccia.

Io so che non è colpa degli studenti di judo se la posizione nelle azioni di difesa non è eseguita da shizentai.

Avere una posizione diritta ti permette di fronteggiare più agilmente i movimenti di uke migliorando la tua capacità di risposta all’attacco.

Ora ti svelo il segreto di come portare le tue capacità di attacco dal 50 al 100% di possibilità.

Questa è la ragione per cui voglio dirti che non puoi per nessun motivo rinunciare ad apprendere questo patrimonio tecnico del Judo.

Il termine Bogyo no waza include tre modi differenti per controllare una tecnica con cui venite attaccati.

Queste tre modalità, racchiudono tre filosofie nel porsi di fronte a un attacco:

Il principio Go blocca l’azione di squilibrio, NAMI CHOWA schiva l’azione nella direzione dello squilibrio, GYAKU CHOWA schiva l’azione nella direzione opposta allo squilibrio e YAWARA lo asseconda andando nella stessa direzione.

Appresi questo metodo di studio del principio GO NO SEN al BU SEN di Milano dal Maestro Abe Kenshiro, un personaggio carismatico e un Maestro eccezionale del Dai Nippon Butokukai di cui ora sono il rappresentante per l’Italia.

Kenshiro Abe fu invitato a Milano dal mio Maestro, CESARE BARIOLI, sempre alla ricerca di grandi esperienze per migliorare la sua didattica.

Allora fui folgorato da quella spiegazione così semplice e al tempo stesso completa e incontestabile per lo studio dei Kaeshi waza e non solo.

Quella metodologia nello studio del principio Go no sen mi aprì un nuovo mondo nello studio del Judo che mi permise rapidi miglioramenti.

Il principio Go no sen (contrattacco, contro iniziativa) non è difendersi dal principio Sen (attacco, iniziativa diretta) scappando piegandosi o bloccando gli attacchi con la rigidità delle braccia.

Il principio Go no sen è controllare con opportuna tecnica il principio Sen e volgere a proprio favore l’azione iniziata contro di voi.

Il fantastico, didatticamente parlando, consisteva che non si era mai visto prima di allora questo studio scientifico sul controllo della tecnica quando si viene attaccati.

Da allora non ho mai smesso di studiare e insegnare i principi, Go-Chowa-Yawara e di applicarli nel Randori.

Tutto ciò che sentite dire in giro ora riguardo i BOGYO NO WAZA è cominciato allora al BU SEN di Milano.

Il primo beneficio che ottenni fu la conquista di una maggiore tranquillità nel combattimento perché sapevo cosa dovevo fare quando mi attaccavano.

Avendo più chiaro il passaggio fra Sen e Go no sen nel Randori mi divenne facile organizzare le tecniche da utilizzare in contrattacco.

Poi, via via, come in un mosaico le tecniche che utilizzavo diventavano sempre di più e spesso le tecniche che utilizzavo in contrattacco mi diventavano a loro volta tecniche di attacco diretto.

Mi riesce impossibile pensare a una didattica del Judo senza lo studio dei principi Go, Chowa, Yawara, perché il loro punto di partenza, sta proprio nell’insegnamento della posizione che ogni praticante deve apprendere.

La posizione di Tori, che a sua volta, con Bogyo no waza, diventa Uke, è il primo aspetto su cui ogni didattica andrebbe rafforzata, anche perché maggiormente sconosciuto.

Bogyo no waza, permette di insegnare come stare di fronte a un attacco e controllarlo oppure contrattaccarlo senza perdere la propria posizione, applicando il judo, la cedevolezza, provando la sensazione del significato del termine judo.

Pensate agli sviluppi tecnici che la conoscenza di una didattica che utilizza questa metodologia potrebbe permettervi di sviluppare nelle vostre lezioni.

Pensate agli strumenti che potete offrire oggi a un giovane combattente che nella maggior parte dei casi sa solo come ostacolare un attacco ma non a come sfruttarlo, portando tutto in suo favore.

Nella pratica del Randori o durante lo Shiai, il più delle volte, i praticanti si dividono il numero degli attacchi al 50% ma se approfondissero i Bogyo no waza raddoppierebbero le loro possibilità di applicare il Tokui waza ( la tecnica preferita )

Pensate a quanto potrebbero aumentare le occasioni per realizzare degli ippon, non sarebbe più gratificante per tutti?

Con le pressioni e forti stimolazioni che subiamo ogni giorno, penso che tutti dobbiamo lavorare di più per migliorare la nostra posizione nel mondo intorno a noi, trovare maggiore equilibrio, stabilità e allenare la capacità di risposta con Go, Chowa e Yawara, evitando di retrocedere o scappare con sentimento vittimistico.

Allenare Bogyo no waza praticando Judo può aiutare a trovare il proprio baricentro negli affetti, nel lavoro, con se stessi e nel divertimento, che ne pensate?

Rifletteteci su, alla prossima.

P.S. in My judo is your judo, sto lavorando alacremente per inserire i Bogyo di ogni tecnica che presento con i tutorial didattici.

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

P.S.: Se vuoi approfondire clicca sul bottone

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Sotai renshu. In due per crescere!

ALFREDO[1]Sotai renshu. In due per crescere!

Il SOTAI RENSHU è l’allenamento in coppia. La maggior parte della pratica del judo è eseguita con un compagno che a volte si trova nel ruolo di TORI (colui che esegue l’azione) e in altre in quello di UKE (colui che riceve l’azione).

Il SEIRYOKU ZEN’YO KOKUMIN TAIIKU NO KATA è composto da due forme di allenamento, il TANDOKU RENSHU (allenamento da soli) e SOTAI RENSHU.

Nel Sotai renshu del Seiryoku zen’yo kokumin taiiku no kata vengono mostrati due elementi fondamentali nella pratica del judo, il JU SHIKI (la cedevolezza) e KIME SHIKI (la decisione estrema).

Sapevi che l’insieme di questo kata mostra una sintesi di tutte le tecniche del metodo Judo Kodokan: ATEMI WAZA, NAGE WAZA, KATAME WAZA?

Ma torniamo al Sotai renshu, allenamento in coppia.

Ti sei mai accorto che l’allenamento in coppia NON AVVIENE QUASI MAI, a parte la pratica del randori dove l’esercizio è eseguito da due judoka, ma non esistono i ruoli di tori e uke?

Se rifletti sul ruolo di Tori e Uke in tutti gli altri esercizi, uchikomi, yakusoku geiko, butsukari, kakari geiko, kata, il più delle volte esiste Tori, preso da quello che sta provando, e un compagno che fa da “attrezzo” in attesa che venga il suo turno.

Questo non è Sotai renshu!

Sotai renshu è eseguito da due persone che con ruoli diversi si aiutano a vicenda nel capire e migliorare quello che stanno studiando.

A fasi alterne si aiutano, nel ruolo di Uke, nel correggere un movimento, a comprendere meglio una tecnica eseguita da Tori se è più esperto, ad aiutare chi è provato dalla fatica se necessario.

Tutti gli esercizi eseguiti in coppia devono rispettare questo atteggiamento nel rapporto fra Tori e Uke

Questo è SOTAI RENSHU!

Pensa ai benefici che puoi produrre nei tuoi allievi se spieghi come si pratica il SOTAI RENSHU:

  • nella comprensione dei principi del judo
  • nell’apprendere più rapidamente le tue spiegazioni
  • nell’educazione che sviluppi in loro con il  tuo insegnamento
  • “io e gli altri, in armonia, per crescere e progredire tutti insieme”

Pensa però che tutto questo e molto di più va prima appreso in un percorso e poi insegnato

E’ la [ DIDATTICA DEL JUDO] e puoi seguirla iscrivendoti a myjudoisyourjudo.com

 

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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Interessa a qualcuno insegnarti ad insegnare un Judo completo?

ALFREDO[1]Ehi judoka,

Sai che non interessa a nessuno insegnarti ad insegnare un judo completo che ti differenzi rispetto agli altri?

 

Esiste un grosso problema, che è reale attualmente nella didattica del judo, pochi studiano una didattica completa.

Una didattica che presenti agli allievi il metodo Judo Kodokan con la sua varietà tecnica, la sua valenza educativa e sociale.

La didattica del judo va studiata e sperimentata.

Un insegnante non si può accontentare della sua esperienza personale, anche se di primordine, per insegnare agli altri.

Pensi che una bravo muratore possa presentarsi come geometra o ingegnere per costruire un palazzo?

Penso proprio di no e se lo facesse sarebbe un incosciente!

Se ami il judo e senti il bisogno di insegnare devi studiare la migliore didattica che trovi e inserire la tua esperienza per personalizzarla.

Se ami i tuoi allievi e vuoi ampliare la tua conoscenza per offrire loro una didattica ancora migliore devi studiare.

Non devi accontentarti mai di quello che conosci, devi sempre cercare di apprendere consigli nuovi per migliorare o confermare l’esperienza acquisita!

E’ come il tuo TOKUI WAZA, la tua tecnica preferita, puoi sempre cercare di migliorarla!

Manca un sistema di apprendimento didattico completo del Judo.  

Non esiste in nessun paese un apprendimento della didattica del judo Kodokan completa.

Esistono molti paesi che hanno maturato una buona didattica del judo ma sempre in un’unica espressione tecnica.

Quasi tutti si occupano di insegnare tecniche per arrivare al randori e spesso trascurano gli elementi base della didattica.

In alcuni paesi del mondo si ignorano addirittura i principi didattici e filosofici del judo e si pratica solo uno sport di combattimento dove se vinci rimani nel gruppo altrimenti puoi smettere di praticare perché non hai spazi.

In Italia per fortuna non è così ma il problema di apprendere una didattica comune e completa rimane.

Tutto ciò che esiste è l’esperienza personale e l’aiuto, se va bene, di un buon Maestro, il quale, a sua volta ha dovuto arrangiarsi da solo.

Ti sembra giusto tutto questo?

Non pensi sia necessario completare il tuo bagaglio didattico?

Non pensi che se ti viene offerta la possibilità di apprendere una didattica completa del judo vada presa al volo!

Quello che è sconvolgente che la traccia di una didattica completa esiste e messa nero su bianco dal suo fondatore ma ben pochi la seguono, Giappone compreso!

La maggior parte degli insegnanti bravi che si differenziano dagli altri, ha sviluppato la propria didattica da autodidatta, senza seguire un percorso. 

Perché e quando un insegnante è definito bravo?

A volte, quando a tanti bambini oppure dei buoni agonisti ma molto raramente perchéha formato molti bravi judoka

Mi sono incontrato molte volte con insegnanti che si vantavano del numero dei bambini nei loro corsi e del loro metodo per averli; partita di calcio sul tatami all’inizio e alla fine della lezione

All’inizio per metterli di buon umore e alla fine per mandarli via felici di essere stati in palestra

Altre volte, insegnanti mi hanno spiegato tutto il loro lavoro sulle prese finalizzato ai preagonisti e agonisti con il fine di neutralizzare gli attacchi dell’antagonista di turno ma lamentavano che i corsi erano vuoti perché al giorno d’oggi a nessuno piace più fare fatica e combattere!

Bene, ti sembra didattica questa?

Una didattica completa del judo Kodokan?

Perché ridurre una disciplina così ricca di tecnica e argomenti da proporre a tutti, giovani e meno giovani, combattenti e non, donne e uomini, a qualche banale esercizio?

Perché vuoi rinunciare alla possibilità di avere tanti argomenti da proporre e rendere una lezione di judo divertente?

Come ho detto più volte, il problema sta nello studio della didattica del judo

Il judo non è una disciplina che gli si addice al – fai da te! –

Per essere una bravo insegnante non basta essere stato un campione o un ottimo judoka, devi studiare un percorso specifico.

Un percorso che ti sveli la giusta progressione delle tecniche per risparmiare tempo e fatica nell’insegnare e rendere più facile l’apprendimento ai i tuoi allievi

Il percorso didattico per imparare e insegnare il judo completo va oltre l’appartenenza a federazioni o enti sportivi 

Ricordati di essere il padrone del tuo judo!

Cerca ovunque, non farti condizionare da sigle di appartenenza, dove pensi di potere imparare, tecnica, kata, goshin jutsu, filosofia, didattica e tutto ciò che ti può arricchire come insegnante

Prendi, prendi senza timore di nessuno tutto ciò che ti interessa ovunque provenga!

Non pensare che una federazione o ente sportivo faccia tutto questo per te

Molti organismi nel mondo danno delle istruzioni ai propri insegnanti su cosa insegnare a una cintura gialla, arancio e così via, altri invitano il campione di turno a mostrare il suo tokui waza (tecnica preferita) ma questa non è didattica!

La didattica che va studiata è quella che ti può dare delle risposte a 360° su tutti gli argomenti del judo, da come e perché bisogna apprendere Rei no kokoro (lo spirito del rispetto) al perché, per la formazione di un judoka, è necessario apprendere i kata e i loro significati passando per lo studio delle forme di ukemi waza, forma tecnica, uchikomi, yakusoku geiko, kakari geiko, nage komi, butsukari e lo studio del randori

Se vuoi diventare un Maestro di Judo devi studiare e costruirti una didattica, il più completa possibile!

Sbrigati ad uscire dalla condizione limitante di essere considerato un agonista o un amatore, preparati ad essere un judoka completo, competente e preparato

Uno degli stereotipi che si sono venuti a creare nel mondo in tanti anni di una didattica sbagliata sono la condizione di “amatore” e “agonista”

Per amatore si intende chi paga e mantiene in vita la palestra; va coccolato, non deve imparare cose rischiose per non correre il pericolo che si faccia del male e se chiede qualche cosa fuori dal programma gli viene detto – sono cose per agonisti! –

Per agonisti si intende un gruppo di giovani che vengono indirizzati alle gare e spesso senza avere neanche le basi tecniche per farle

Giovani che vengono scelti per la loro carica agonistica, a cui gli si spiega la tattica del combattimento e le regole del momento

Giovani che non praticano randori ma il più delle volte è un allenamento allo shiai (conbattimento di gara)

Giovani che spesso si fanno male durante gli allenamenti ma è – il prezzo dell’attività agonistica! –

Capisci quante stupidate vengono insegnate e azioni “criminali” (azioni dove chi proietta non si preoccupa dell’incolumità di uke) perpetrate per anni a tutti, o quasi, i praticanti?

Capisci che se ha un allievo non spieghi la sua responsabilità nei confronti di uke quando lo proietta e il compagno si fa del male, compie un atto criminale e tu sei il mandante?

Sai quanti campioni olimpici, mondiali, europei fino alle competizioni nazionali dei vari paesi conoscono solo un numero di tecniche che si contano nelle dita di una mano?

Ci sono sempre stati, ci sono e ci saranno sempre con le didattiche esistenti?

Non fare lo stesso errore di tanti Maestri di judo, chi è fisicamente dotato e ha talento deve conoscere il judo in modo completo e non solo quello che gli serve per vincere

La tua didattica deve essere uguale per tutti, la differenza fra “agonista” e “amatore” deve essere solo nel numero di ore che ci si allena

 

Non è necessario diventare un campione per essere un eccellente judoka o un bravo insegnante 

Anche su questa storia devi riflettere!

Per diventare un buon Maestro serve un grande Amore per il judo e per il prossimo, un Amore disinteressato per la società che ha attorno e una gran voglia di migliorarla

Per diventare un buon Maestro o un bravo judoka non devi essere un campione nelle gare non c’entra nulla

Per diventare un buon Maestro o un bravo judoka devi utilizzare tutto quello che hai appreso dal tuo Maestro e studiare una didattica che completi la tua conoscenza

Una didattica che ti permetta di soddisfare le esigenze dei tuoi allievi, di aiutarli a crescere come judoka ma sopra tutto come uomini

Anche su questo fatto devi riflettere!

Quello che hai letto non è scritto da chi non ha vissuto il mondo agonistico ma da chi ha vissuto quel mondo molto intensamente ma mai trascurato di studiare il judo in tutte le sue espressioni.

Sapevi che Jigoro Kano stesso non è mai stato un campione dal punto di vista agonistico ma si è concentrato sulla didattica del judo per sviluppare uomini migliori e far progredire la società? 

Ci tengo insistere su questo punto perché quando sento dire che Tizio o Caio non sono dei grandi Maestri perché non hanno mai fatto attività agonistica mi viene voglia di dire quello che penso ma mi controllo e taccio!

Altre volte, Tizio e Caio vengono citati come dei grandi Maestri perché hanno avuto uno o più campioni, anche in questo caso sto zitto!

Ricordati che il dovere di un Maestro è di avere studiato una didattica completa che possa essere di aiuto a tutti e non di essere stato un campione

Ricordati che se avrai dei campioni sono frutto della loro Mamma e Papà e non tuo!

Tu hai solo il compito di fornire loro, se hai studiato una buona didattica, tutti gli strumenti per aiutarli a essere di più di quello che già sono

Hai il dovere di donare a loro tutto quello che conosci e fare in modo che diventino campioni anche come uomini

Sai che la disciplina che ami e con cui vorresti insegnare è stata codificata da un uomo che non ha mai fatto incontri in gara ma solo del randori?

Da un uomo che ha reso famosa una disciplina con origini marziali come il più rivoluzionario metodo educativo che la storia del mondo abbia prodotto

Sai che insegnando judo in modo completo puoi dare una mano al progetto del Maestro Jigoro Kano?

Sai che se studi una didattica completa del judo e la trasmetti hai tuoi allievi entri nel sogno di Jigoro Kano che consisteva di migliorare tutte le società del mondo

Sto dedicando la mia vita a questo sogno e mi piacerebbe ci fossi anche tu!

Scopri my judo is your judo: la mia didattica completa on-line che puoi studiare quando vuoi e dove vuoi.

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Tandoku renshu – Quando il “chi fa de sé fa per tre!”

ALFREDO[1]Il termine TANDOKU RENSHU significa allenamento da solo, senza un compagno. E’ opposto al termine SOTAI RENSHU che invece intende un allenamento eseguito in coppia.

Nel SEIRYOKU ZEN’YO KOKUMIN TAIIKU NO KATA, esercizio di forma per lo studio del miglior impiego dell’energia fisica e spirituale, vengono mostrate queste due forme di allenamento, da soli e in coppia.

Il Seiryoku zen’yo kokumin taiiku no kata è il primo kata del metodo Kodokan. Fu creato dal Maestro Jigoro Kano per proporre a tutti i principi tecnici e modi di allenamento del JUDO KODOKAN in un solo esercizio.

Se lo studiate trovate elementi di ATEMI WAZA, NAGE WAZA e KATAME WAZA da praticare da soli e in coppia, Tandoku e Sotai renshu.

Immagino che avete per scontato che in questo kata, quasi sconosciuto e poco praticato, fosse contenuta tutta la filosofia del Judo Kodokan?

Sapete che, oltre a quanto vi ho appena detto, la parte di Sotai renshu spiega i principi del JU (ju shiki, cedevolezza) e KIME (kime shiki, decisione)?

Sono certo che molti di voi ancora non lo conoscevano ed è per questo che non viene spiegato, nessuno spiega le cose che non conosce!

Molti anni fa, EZIO GAMBA attuale direttore tecnico della Russia, mi passò la palla della direzione tecnica della Lombardia perché doveva occuparsi della nazionale Italiana.

Al primo corso tecnico per istruttori parlai di KATA e RANDORI poi feci praticare il Seiryoku zen’yo kokumin taiiku no kata come riscaldamento.

Si divertirono ma pensarono a un riscaldamento con tecniche di karate; pochissimi, anche non conoscendolo, sapevano che era un kata di judo.

Le prime osservazioni furono che insegnare a dare pugni a ragazzini istigava alla violenza e perciò pericoloso, non pensando a quanti bambini e bambine che praticano Karate, Kung fu e tante altre discipline simili utilizzano prevalentemente pugni e calci ciononostante vengono educati a osservare regole di convivenza e alla tolleranza.

Ma torniamo al Tandoku renshu.

Non sto a raccontarvi quante discipline cominciano con apprendere i movimenti da soli, senza un compagno, immaginando una sorta di combattimento.

Il Maestro KATSUHIKO KASHIWASAKI, uno dei più grandi esperti in TOMOE NAGE, più volte ha mostrato come faceva – UCHIKOMI CON L’OMBRA – cosi definisce il suo Tandoku renshu di tomoe nage.

Parlo a te se sei insegnante e aspirante tale che mi stai leggendo; pensi veramente che al Maestro Kashiwasaki piacesse buttare del tempo?

Pensi che tutti i Maestri di discipline di combattimento nel mondo che hanno insegnato questa forma di allenamento lo hanno fatto per fare perdere del tempo ai loro allievi?

Pensi che il fondatore del metodo Judo Kodokan abbia inserito il TANDOKU RENSHU nel suo metodo di studio e allenamento anche se inutile?

No, non penso che arrivi a tanto!

Non penso che un aspirante istruttore desideroso di diventare Maestro di judo possa essere così pirla!

Il TANDOKU RENSHU ti offre la possibilità di far fare riscaldamento e nello stesso tempo migliorare la coordinazione dei tuoi allievi.

Il TANDOKU RENSHU ti permette di insegnare come migliorare il gesto tecnico.

Il TANDOKU RENSHU ti aiuta a insegnare come perfezionare il loro TOKUI WAZA (tecnica preferita).

Il TANDOKU RENSHU ti permette di migliorare nello studio dei kata.

Il TANDOKU RENSHU è un ottimo esercizio per allenare la velocità e tanto altro ancora.

Perché rinunciare a conoscere meglio questa forma di allenamento?

Capisco che una didattica completa non sia mai stata a disposizione di chi aspira a insegnare judo ma adesso ne hai la possibilità e dipende solo da TE’ decidere come deve essere la tua didattica.

 

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

 

 

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UKEMI-E se passo a insegnare URA NAGE o YOKO GURUMA quale DIDATTICA per gli UKEMI devo proporre per non correre rischi nell’insegnare quelle tecniche? Questa è didattica!

ALFREDO[1]Il termine UKEMI è tradotto con “rottura di caduta” e si intende il controllo che ha uke nell’annullare con tecnica opportuna le vibrazioni che riceve il proprio corpo quando, proiettato, subisce l’impatto sul tatami.

Nella pratica del judo è la tecnica fondamentale per potere studiare le proiezioni. Se non sappiamo cadere non possiamo far bene da uke e di conseguenza tori non può studiare il nage waza con tranquillità.

Nelle prime trasferte con la nazionale italiana non esisteva la squadra russa ma l’Unione sovietica e sulle tute avevano le seguenti lettere CCCP che stava a significare la loro Confederazione di stati.

I dirigenti di allora ci raccontavano che significava “Col C…Che Perdo” e il motivo era perché non conoscevano le cadute di conseguenza non volevano cadere e vincevano.

A parte le battute, anche se la teoria circolava veramente, il judo non è quello.

Il judo deve essere per tutti e non per una selezione di giovani fisicati a cui poco interessa cosa succede all’altro se non sa cadere.

E per essere per tutti dobbiamo conoscere le cadute. Per i Maestri giapponesi prima vengono le cadute poi il judo.

Personalmente penso che si possa mediare, sul fatto di farne fare troppe e non farle, con un’opportuna didattica delle cadute rendendo la pratica divertente e sicura per tutti.

Una didattica che offre le nozioni sulla caduta necessaria al livello tecnico dell’allievo e si preoccupi della sua sicurezza nella pratica.

Non serve perdere minuti preziosi della lezione su mae mawari ukemi se volete spiegare uki goshi; quella caduta non serve a uki goshi, serve altro.

Ti sei chiesto quale caduta serve se spieghi de ashi barai?

Ti sei chiesto cosa serve a o soto gari?

E per tai otoshi?

E se passo a ura nage o yoko guruma cosa devo insegnare per non correre rischi nel proporre quelle tecniche?

Questa è didattica!

Ad esempio, lo studio del Shinken shobu waza utilizza tecniche non permesse nel Randori che comportano cadute senza il controllo di tori e dove a volte si deve cadere per non ferirsi alle articolazioni.

Come puoi proporle se non hai spiegato una progressione delle cadute specifica per potere allenare questo aspetto del Judo?

Ecco cosa sto cercando di spiegare a tutti quelli che vogliono migliorare, perfezionarsi o solamente confrontarsi in my judo is your judo.

Ecco cosa ti voglio offrire: l’occasione di diventare padrone di una didattica completa per proporre il judo in maniera facile, sicura, interessante e divertente a tutti!

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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Sai che tua capacità di judoka nasce dagli SHINTAI E TAI SABAKI?

ALFREDO[1]

Sapevi che la tua capacità di judoka parte da movimenti SHINTAI E TAI SABAKI precisi che se studiati e approfonditi tecnicamente, possono fare la differenza tra riuscire a fare una tecnica, oppure perdere costantemente forza ed equilibrio?

Nella lingua giapponese il termine SHINTAI si riferisce ai modi di camminare nella pratica del judo, AYUMI ASHI, TSUGI ASHI e SURI ASHI. I TAI SABAKI invece definiscono gli spostamenti del corpo sul tatami necessari alla preparazione di un attacco o al suo controllo.

Ayumi ashi è il modo di camminare naturale e permette soltanto di avanzare o arretrare; tsugi ashi invece permette di muoversi in tutte le direzioni. Ambedue i modi di camminare devono essere eseguiti in suri ashi (senza perdere il contatto del tatami con la punta dei piedi) soprattutto nella pratica dei kata.

E’ determinante apprendere come camminare sul tatami in modo corretto attraverso esercizi specifici eseguiti in TANDOKU RENSHU (allenamento da soli) o SOTAI RENSHU (allenamento in coppia).

I Tai sabaki solitamente vengono mostrati in modo schematico e sempre in rotazione tanto che spesso il termine viene tradotto con “spostamenti in rotazione del corpo” ma non è esatto perché intende tutti gli spostamenti necessari a mantenere la posizione e l’equilibrio in situazioni di attacco o difesa.

Molti anni fa, ricordo che ero una cintura arancio abbastanza bravina e come molti giovani bravini spesso si cade nell’errore di pensare di saperne di più di ciò che si conosce veramente.

Una sera ascoltando una lezione del turno amatori (all’ora si usava, forse ancora , questo termine per indicare un praticante che non faceva gare e di conseguenza ritenuto di scarsa conoscenza del judo) l’insegnante, con cui dentro di me mi sono scusato centinaia di volte per la mia stupidità; prima di iniziare la spiegazione dichiarò – questa sera vi mostrerò uno dei più grandi segreti del judo! –

Io, che ascoltavo interessato mi chiesi cosa diavolo avrebbe fatto vedere a degli amatori!

Dopo l’annuncio, ci fu una pausa di un paio di minuti, il silenzio rendeva ancora più misteriosa la promessa che era stata appena fatta.

-Ebbene questa sera vi spiegherò il “TAI SABAKI!” – fu la promessa che fece cadere dall’alto l’insegnante.

Ora rido di me stesso per la reazione che ebbi dentro di me a quell’affermazione. Reazione di sufficienza per una presentazione esagerata di un semplice TAI SABAKI.

Si, rido di me stesso perché quella affermazione era sacrosanta. Dei movimenti apparentemente semplici erano uno dei segreti più grandi del judo.

Gli SHISEI (posizione), SHINTAI (modi di camminare) e i TAI SABAKI (spostamenti del corpo) sono componenti fondamentali del Judo e senza una loro comprensione diventa difficile e faticoso progredire.

So bene cosa state pensando campioni o ex campioni……quello che pensai io quel giorno ascoltando quel bravo Maestro – non ho mai studiato gli shintai e tai sabaki e sono diventato un campione comunque –

Ora ti chiedo quante volte hai rivelato questo segreto e lo hai fatto praticare!

Ti chiedo quante volte ci hai pensato e ti sei detto – tanto gli allievi lo imparano facendo uchikomi e randori! –

Ti chiedo se ti sei accorto a quante cinture nere e relativi campioni non conoscono questo segreto e camminano, si spostano sul tatami e organizzano tattiche sulle prese senza sapere dove hanno i piedi e come spostarsi per utilizzare al meglio la loro posizione.

Ti chiedo se ti sei accorto di quanti campioncini con talento non sono riusciti a fare il salto di qualità.

E’ la mancanza di solide basi!

La nostra forza scaturisce dal contatto con il suolo, e tanto più è corretto questo contatto con il terreno, tanto più riusciamo a mantenere una corretta posizione durante gli spostamenti, più siamo in equilibrio e più riusciamo ad applicare lo squilibrio. Il lavoro più importante parte da se stessi, mentre la maggior parte si concentra nello squilibrare il compagno.

Lo squilibrio del compagno parte sempre dal nostro movimento o spostamento, che in primis deve essere forte e in equilibrio coordinato dal nostro baricentro.

Bene, tutto ciò ti dovrebbe bastare per pensare che una buona didattica deve partire da queste basi.

Per capire che un edificio, piano terra o grattacelo che sia, deve avere delle buone fondamenta soprattutto in Judo dove durante il randori si possono verificare molti terremoti!

Ricordati che per studiare e capire, SHISEI, SHINTAI e TAI SABAKI bisogna praticare esercizi specifici sull’argomento. Non si possono studiare durante l’uchikomi, i kata o il randori, bisogna allenarli separatamente.

In my judo is your judo ho già pubblicato dei tutorial di base sull’argomento, più avanti pubblicherò dei video specifici per spiegare come allenare questi fondamenti del Judo.

A presto!

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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Rei no kokoro – lo spirito del rispetto che tutti dovrebbero condividere nel mondo

ALFREDO[1]Per Rei no kokoro si intende lo spirito del rispetto, non è la traduzione letterale perché Kokoro generalmente indica il cuore inteso come organo del nostro corpo ma nel BUDO giapponese viene molto utilizzato per significare “sentimento” con cui ci si dedica a delle azioni.

In questo caso è inteso come il coinvolgimento psico fisico che si deve utilizzare in ogni azione nel rispetto di regole e principi del judo.

Sai che Rei no kokoro è il primo e più importante aspetto del judo che deve essere insegnato?

Sai che con questo insegnamento puoi cambiare la visione comportamentale del mondo a una persona?

Puoi pensare ti trascurare un aspetto della nostra disciplina così importante!

Sicuramente no!

Bene, allora ascoltami perché ti parlerò di Rei no kokoro e di come devi assolutamente insegnarlo per fare qualche cosa per cambiare la società attorno a te attraverso i tuoi allievi.

Non è niente di difficile ma ricorda che tutto quello che dirai dovrà essere supportato dal TUO ESEMPIO.

Parto da quando un allievo entra nel Dojo (luogo per lo studio della Via), bambino o adulto non importa. Gli devi spiegare con poche parole che in quel luogo non bisogna parlare liberamente ma solo per chiedere o spiegare su ciò che si sta imparando, il judo.

Nello stesso tempo devi spiegare che gli zoori (calzatura a infradito) vanno posizionati con il tacco rivolto al tatami (materassino in paglia di riso) e non abbandonati in modo casuale. Tutto ciò che avviene nel Dojo non deve essere casuale!

Se la sala di pratica è dedicata solo al Judo è bene insegnare che deve fare il saluto quando entra o esce e quando sale o scende dal tatami. Se è una sala polivalente, il saluto può essere eseguito solo quando si sale o si scende dal tatami.

A seguire, con pazienza, va insegnato il nodo della cintura e l’esecuzione del saluto ogni volta che cambia un compagno all’inizio e alla fine degli esercizi.

Il saluto con l’inchino giapponese non è il nostro “ciao” ma la dimostrazione di rispetto e attenzione nei confronti di chi sta di fronte all’inizio e di ringraziamento quando hanno terminato l’esercizio.

Pensa che in molte università in Giappone eseguono il saluto al proprio compagno anche quando si rialzano dopo essere stati proiettati durante il randori.

Lo spirito del rispetto deve essere manifesto in tutto ciò che avviene all’interno del Dojo, nei confronti del luogo di pratica, dei compagni e agli insegnanti.

Questo insegnamento verrà assimilato attraverso la pratica e rispettato anche nei momenti più faticosi della lezione. Così facendo Rei no kokoro diventerà un modo di essere per i vostri allievi e influenzerà positivamente il loro comportamento anche all’esterno del Dojo.

Pensi che non valga la pena di insegnare il primo principio del Judo?

Sei certo che la tua didattica non ha bisogno di conoscere valori così forti da proporre?

Se sei certo che non hai bisogno di insegnare Rei no kokoro è bene che trovi un altro nome a ciò che proponi ai tuoi allievi perché quello che fai non è il Judo inteso da Jigoro Kano shihan (titolo onorifico che nel judo è attiribuito solo al prof. Jigoro Kano).

Prova pensare in quante altre situazioni durante una lezione Rei no kokoro deve essere mantenuto, a volte a fatica, per il duro allenamento o per l’età, nei bambini ad esempio. Ma lentamente diventerà il loro modo di intendere il judo e faciliterà la comprensione di un principio altrettanto importante, Jita yuwa kyoei (io e gli altri, in armonia, per crescere e progredire tutti insieme).

Alfredo Vismara Hanshi Dai Nippon Butokukai

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